lunedì 27 maggio 2013

Sogni di Don Bosco. ( Spiritualita')



Il Padre e maestro della Gioventu' San Giovanni Bosco, nella Basilica di San Pietro a Roma e' rappresentato da una statua con la sua figura  attorniata da due ragazzi. La statua e' posta sopra quella di San Pietro  e sta subito sotto la cupola. Egli ci ammaestra con le vive immagini dei suoi vecchi sogni sempre attuali e fecondi di bene, stimolo per i giovani e non giovani a migliorare la propria vita.

I sogni di Don Bosco.
(ne vediamo due...)


DON BOSCO RACCONTA IL SOGNO DELLA ZATTERA

L’inondazione e la zattera salvatrice

Questo sogno fu narrato da Don Bosco ai suoi giovani la sera del 1° gennaio 1866. 

È stato intitolato:
 Avvenire della Congregazione Salesiana
e sua missione salvatrice in mezzo alla gioventù. 
In esso Don Bosco presenta alla rapita e commossa fantasia dei suoi figliuoli il vasto panorama delle vicende della vita dello spirito colorando, con tocchi potentemente drammatici, la sorte alla quale Maria Ausiliatrice guida infallibilmente i suoi, e i tragici disastri ai quali vanno fatalmente incontro quelli che a Maria volgono stoltamente le spalle.
E' un sogno suggestivo e rivelatore, capace di tonificare l’anima
e di richiamarla ai suoi veri destini.

In esso Don Bosco descrive un viaggio fatto in compagnia dei suoi giovani durante una improvvisa e furiosa tempesta e attraverso le acque burrascose di una spaventosa inondazione. 
Lo riferiamo con qualche riduzione, ma con fedeltà









Don Bosco sognò di trovarsi tra i giovani del suo Oratorio, che si ricreavano allegramente in una immensa prateria; quand’ecco, all’improvviso, si videro da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso di loro. Sopraffatti dal terrore, corsero a rifugiarsi in un grande mulino isolato, con le mura grosse come quelle di una fortezza. 
Dalle finestre si vedeva l’estensione del disastro: invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, non si scorgeva più altro che la superficie di un lago immenso.
A misura che l’acqua cresceva, essi salivano da un piano all’altro. 
Perduta ogni speranza umana di salvarsi, Don Bosco prese a incoraggiare i suoi cari giovani, invitandoli a mettersi tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e tra le braccia della loro cara Madre Maria. 
Quando l’acqua giunse al livello dell’ultimo piano, il terrore s’impossessò di tutti, enon videro altro scampo che quello di rifugiarsi in una grandissima zattera in forma di nave, apparsa in quel l’istante, che galleggiava vicino a loro.
Ognuno voleva rifugiarvisi per primo, ma c’era un muro che emergeva un po’ più alto del livello delle acque. C’era un solo mezzo: servirsi di un lungo e stretto tronco d’albero; ma rendeva difficile il passaggio il fatto che il tronco poggiava sul barcone e si muoveva seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde.
Fattosi coraggio, Don Bosco vi passò per primo; e per facilitare il trasbordo ai giovani, stabilì preti e chierici che, dal mulino, sorreggessero chi partiva e, dal barcone, dessero mano a chi arrivava.
Frattanto molti giovani impazienti, trovato un pezzo di asse abbastanza lungo e un po’ più largo del tronco, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l’aiuto dei preti e dei chierici e non dando ascolto alle grida di Don Bosco, vi si slanciarono, ma perdendo l’equilibrio, caddero e, ingoiati da quelle torbide e putride acque, più non si videro.
Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti vi stavano sopra. 
E sì grande fu il numero di quegli infelici, che un quarto dei giovani restò vittima del loro capriccio.
Quelli che si erano rifugiati sulla zattera vi trovarono una grande quantità di pani, custoditi in molti canestri.
«Quando tutti furono sulla barca — continua Don Bosco — presi il comando di capitano e dissi ai giovani:
— Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai pericoli e ci guiderà a porto tranquillo.
Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava ottimamente, mentre l’impeto delle onde, agitate dal vento, la spingeva con tale velocità, che noi, abbracciati l’un l’altro, facemmo un sol corpo per non cadere.
Percorso molto spazio in brevissimo tempo, a un tratto la barca si fermò e si mise a girare attorno a se stessa con straordinaria rapidità, sicché pareva dovesse affondare. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e, ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio del vento salvatore, andò a fermarsi vicino a una terra che si ergeva come una collina in mezzo a quel mare.
Molti giovani se ne invaghirono e, dicendo che il Signore aveva posto l’uomo sulla terra e non sulle acque, senza chiedere il permesso, uscirono dalla barca giubilando. Ma breve fu la loro gioia perché per un improvviso infuriare della tempesta, crebbero le acque, la collina fu inondata, ed essi scomparvero travolti dalle onde.
Io esclamai:
— È proprio vero che chi fa di sua testa, paga di sua borsa.
La zattera intanto, in balia di quel turbine, minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e tremanti: — Fatevi coraggio — gridai loro —, Maria non ci abbandonerà.
E unanimi e di cuore ci mettemmo a pregare in ginocchio, tenendoci per mano gli uni con gli altri. Però ci furono parecchi insensati che, indifferenti a quel pericolo, alzatisi in piedi, si aggiravano qua e là sghignazzando tra di loro e burlandosi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni.
Ed ecco che la nave si arresta all’improvviso, gira con rapidità su se stessa e un vento furioso sbatte nelle onde quei disgraziati. Erano trenta, ed essendo l’acqua profonda e melmosa, appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro.
Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare. Sopravvenne la calma, ma la nave continuava ad avanzare senza che sapessimo dove ci avrebbe condotti.
A bordo intanto ferveva l’opera di salvataggio. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvare i caduti.
Poiché vi erano di quelli che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della zattera, cadevano nel lago; e ve ne erano anche altri che, sfacciati e crudeli, chiamando qualche compagno vicino alle sponde, con un urtone, lo gettavano giù.
Perciò vari preti preparavano canne robuste, grosse lenze e ami di varie specie. Appena cadeva un giovane, le canne si abbassavano e il naufrago si aggrappava alla lenza, oppure con l’amo restava uncinato alla cintura o nelle vesti, e così veniva tratto in salvo. Io stavo ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani, da preti e da chierici che eseguivano i miei ordini.
Finché i giovani furono docili e obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: erano tranquilli, contenti, sicuri. 
Ma non pochi cominciarono a trovare incomoda quella zattera, a temere il viaggio troppo lungo, a lamentarsi dei pericoli e disagi di quella traversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, e a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercavo di persuaderli con le ragioni.
Ed ecco in vista altre zattere, che sembrava tenessero un corso diverso dal nostro; e quegli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci: gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me: vedevo quegli infelici che andavano incontro alla rovina. Soffiava il vento, i flutti erano agitati, e alcuni sprofondarono tra le spire dei vortici, altri riuscirono a salire sulle zattere, che però non tardarono a sommergersi. La notte si era fatta buia: in lontananza si udivano le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti.
Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto, ciò nonostante continuando a confidare nella Madonna, dopo una notte tenebrosa, la nave entrò in uno stretto, tra due sponde limacciose, coperte di cespugli, di ciottoli e di rottami. Tutto intorno alla barca si vedevano tarantole, rospi, serpenti, coccodrilli, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca, stavano molti scimmioni che, penzolando dai rami, si sforzavano di toccare e attorcigliare i giovani; ma questi, curvandosi impauriti, schivavano quelle insidie.
Fu colà, su quel greto, che rivedemmo con grande sorpresa e orrore i poveri compagni perduti. Dopo il naufragio erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia, contro gli scogli. Altri erano sotterrati nel padule e non se ne vedevano che i capelli e la metà d’un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa; altrove galleggiava, interamente visibile, qualche cadavere.
Ma ben altro spettacolo si presentava ai nostri occhi. A poca distanza s’innalzava una gigantesca fornace, nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. Sopra quel fuoco vi era come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole: “Il sesto e il settimo conducono qui” (cioè: il furto e l’impurità).
Là vicino vi era anche una vasta prorninenza di terra, ove si moveva un’altra moltitudine di nostri giovani o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli e persino il cuore pieni di insetti e di vermi schifosi, che li rosicchiavano e cagionavano loro grandissimo dolore.
Io additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa: chiunque andava a lavarsi in quella, guariva al l’istante e poteva ritornare nella zattera. La maggior parte di quegli infelici aderì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io, seguito da quelli che erano risanati, tornai alla zattera, che uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per cui era entrata, e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.
Noi, compiangendo la fine lacrimevole dei nostri compagni abbandonati
 in quel luogo, ci mettemmo a cantare: “Lodate Maria, o lingue fedeli”, in ringraziamento alla gran Madre celeste per averci fino allora protetti; e sull’istante, quasi al comando di Maria, cessò l’infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde.
Ed ecco comparire in cielo un arcobaleno e più meravigliosa di un’aurora boreale, sulla quale, passando, vedemmo scritto a grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significa to. A me parve che ogni lettera fosse l’iniziale di queste parole:“Mater et Domina omnis universi Maria” (Madre e Signora di tutto l’universo Maria).
Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntare terra in fondo all’orizzonte. A quella vista provammo una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi, presentava il panorama più incantevole, perché illuminata dal so le nascente, che spandeva una luce ineffabilmente quieta e riposante, simile a quella di una splendida sera d’estate.
Finalmente, urtando contro la sabbia del lido o strisciando su di essa, la zattera si fermò all’asciutto, ai piedi di una bellissima vigna.
I giovani mi guardavano come per dirmi: — Discendiamo?
Al mio “Sì” fu un grido generale di gioia, e tutti entrarono in quella vigna.
Dalle viti pendevano grappoli d’uva simili a quelli della terra promessa, e sugli alberi c’era ogni sorta di frutta.
In mezzo a quella vastissima vigna sorgeva un grande castello attorniato da un delizioso giardino e da forti mura.
Ci fu concessa libera entrata. In un’ampia sala, tutta ornata d’oro, stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti.
Ognuno poté servirsi a piacimento.
Mentre finivamo di rifocillarci, entrò nella sala un nobile giovane di una bellezza indescrivibile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiamandoci tutti per nome. Vedendoci meravigliati per le cose già viste, ci disse: 
— Questo è nulla, venite e vedrete.
Noi tutti lo seguimmo; dai parapetti delle logge egli ci fece contemplare i giardini, dicendoci che erano a nostra disposizione per la ricreazione. 
E ci condusse di sala in sala, una più magnifica del l’altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie.
Ci introdusse quindi in una splendida chiesa. Il pavimento, le mura, le volte erano ricche di marmi, di argento, d’oro e di pietre preziose.
 — Ma questa bellezza — esclamai — è una bellezza di paradiso. Faccio firma di rimanere qui per sempre!
In mezzo a questo gran tempio s’innalzava, sopra ricca base, una grande, magnifica statua di Maria Ausiliatrice. Attorno ad essa si raccolse la moltitudine dei giovani per ringraziare la Vergine dei tanti favori che ci aveva elargito.
Mentre i giovani stavano ammirandone la bellezza veramente celestiale, a un tratto la statua parve animarsi e sorridere. 
Tra la folla si levò allora un grido: — La Madonna muove gli occhi!
Maria infatti girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni sui giovani che Le stavano intorno. 
Poco dopo risonò un secondo grido: La Madonna muove le mani!
La Vergine, aprendo lentamente le braccia, con le mani solleva va il manto in atto di protezione.
La Madonna muove le labbra! —. Gridarono altri in coro.

Seguì un silenzio profondo, mentre gli occhi di tutti erano fissi nel volto di 
Maria, la quale con voce dolcissima disse:
— Se voi sarete per me figliuoli devoti, io sarò per voi Madre amorosa. A queste parole cademmo in ginocchio e intonammo il canto: Lodate Maria, o lingue fedeli.
L’armonia delle voci era così forte, così soave che, sopraffatto da essa,
mi svegliai;
 e così terminò la visione» .



 Di questo sogno fece qualche commento Don Bosco stesso, e confidò ai singoli che lo richiedevano il posto che occupavano in esso.
L ‘immensa pianura è il mondo.
L ‘inondazione, i pericoli del mondo.
Il mulino rappresenta la Chiesa.
Il tronco di albero che fa da ponte, la Croce.
La grande zattera, la Casa di Maria, l’Oratorio.
I canestri di pane, la SS. Eucaristia.
I vortici impetuosi, le tentazioni.
La collina che alletta molti, i desideri mondani.
I sacerdoti che si prodigano al salvataggio con ami e lenze, la Confessione.
Gli animali schifosi e gli scimmioni, gli allettamenti della colpa.
La fonte di acqua fresca, ferruginosa, la Confessione e la Comunione.
L ‘arcobaleno radioso, Maria.
Il castello, la vigna e il convito indicano la Patria.

 Infine Maria Ausiliatrice stessa corona l’insegnamento con l’assicurazione:
  
Oggi il mondo, ossia la mentalità anticristiana, è ancor più dilagante con i suoi vortici sempre più travolgenti, attraverso il progressivo annacquamento delle convinzioni e delle abitudini cristiane.


Di qui l’attualità sempre viva di di questo sogno di Don Bosco, che ora che ha raggiunto la Patria, è più potente e operante di prima nell’opera di salvataggio della gioventù, pupilla dei suoi occhi.



Il sogno dell’elefante

Il 6 gennaio 1863
 Don Bosco raccontava ai suoi giovani uno di quei sogni
che facevano epoca per l’efficacia con la quale scuotevano i cuori
e li portavano a Maria.

Sognò di trovarsi nella sua cameretta in amichevole conversazione
col prof. Vallauri, senatore del Regno, quando sentì bussare alla porta.
Corse a vedere.
Era Mamma Margherita, morta da sei anni, che affannata lo chiamava:
    Vieni a vedere! Vieni a vedere!
     
Don Bosco esce sul balcone e vede, nel cortile, 
un elefante di smisurata grandezza.
Sbigottito si precipita nel cortile, seguito dal prof. Vallauri.

Quell’elefante sembrava mite, docile, si divertiva con i giovani, li accarezzava con la proboscide, in modo che era sempre seguito da un gran numero di giovani.
La maggior parte però fuggiva spaventata e finì per rifugiarsi in chiesa.
Anche Don Bosco li seguì e, nel passare vicino alla statuetta della Vergine,
collocata sotto il porticato (ove si trova ancora oggi),
toccò l’estremità del suo manto per invocarne la protezione.

Venne l’ora delle sacre funzioni e tutti i giovani si recarono in chiesa.
L’elefante li seguì e Don Bosco, mentre impartiva la benedizione eucaristica, vide al fondo il mostro anch’esso inginocchiato, ma in senso contrario,
col muso e con le zanne rivolti alla porta principale.

Usciti di chiesa, i giovani ripresero la ricreazione.
 «A un tratto — racconta Don Bosco —, all’impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima era tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo ai giovani circostanti e, prendendo i più vicini con la proboscide, scagliarli in alto,
sfracellarli sbattendoli in terra e con i piedi farne uno strazio orrendo.

Era un fuggi fuggi generale:
chi gridava, chi piangeva, chi invocava l’aiuto dei compagni;
 mentre, cosa straziante, alcuni giovani, invece di soccorrere i feriti,
avevano fatto alleanza col mostro per procacciargli nuove vittime.

Mentre avvenivano queste cose, la statuetta della Madonna si animò, s’ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia, aperse il manto che si allargò smisuratamente, tanto da coprire tutti quelli che vi si ricoveravano sotto.
 
Ma vedendo Maria SS. che molti non si curavano di correre a lei,
 gridava ad alta voce: — Venite ad me omnes (Venite a me tutti). 




Ed ecco che la folla dei giovani sotto il manto cresceva,
mentre il manto continuava ad allargarsi.

Siccome però alcuni facevano i sordi e rimanevano feriti, la Vergine, rossa in viso, continuava a gridare: — Venite ad me omnes!
L’elefante intanto continuava la strage, aiutato da alcuni giovani che, armati di spada, impedivano ai compagni di rifugiarsi presso la Madonna.

Tra i giovani ricoverati sotto il manto della Vergine alcuni facevano rapide scorrerie, strappavano all’elefante qualche preda e portavano i feriti sotto il manto della Madonna, e subito restavano guariti».

Il cortile ormai era deserto e presentava due scene opposte.

Da una parte c’era l’elefante con 10-12 giovani
che lo avevano aiutato a fare tanto male.
A un tratto quel bestione si sollevò sulle zampe posteriori, si trasformò in un fantasma orribile con lunghe corna e, preso una nera grande coperta,
avviluppò quei miseri che avevano parteggiato con lui,
mandando un orribile barrito.
 Allora un denso fumo tutti li avvolse e si sprofondarono e
sparirono col mostro in una voragine
improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.

Dall’altra parte  c’era la scena dolcissima della Vergine che,
ai giovani ricoverati sotto il suo manto,
rivolgeva belle parole di conforto e di speranza.
Tra le altre, Don Bosco udì queste: - Voi che avete ascoltato la mia voce e siete sfuggiti alla strage del demonio, volete sapere qual è la causa della loro perdita?
Sono i cattivi discorsi e le azioni che ne seguirono.
Fuggite quei compagni che sono amici di Satana,
fuggite i cattivi discorsi, specialmente quelli contro la purità;
abbiate in me una confidenza illimitata e il mio manto vi sarà sempre sicuro rifugio.

Detto questo, si dileguò e Don Bosco non vide altro che la cara statuetta,
mentre i giovani salvati si ordinarono dietro a uno stendardo che portava la scritta: 
Sancta Maria, succurre miseris (Santa Maria, soccorri noi poveretti) 
e partirono cantando: «Lodate Maria, o lingue fedeli».
Don Bosco terminava il suo racconto dicendo:

« Chi vorrà sapere il posto che tenevano in sogno, venga da me
e io glielo manifesterò ».
«I giovani — commenta il biografo Don Lemoyne —, meditando tal sogno, per una settimana e più non lo lasciarono in pace. 
Al mattino molte confessioni, dopo pranzo furono quasi tutti da lui per sapere quale luogo tenessero in quel sogno misterioso».

E tu, da che parte stai?...