domenica 30 ottobre 2016

Bettinzoli Mario -Figure esemplari


Exallievo salesiano.
Esempio di morte cristiana e di fede in Dio.
Dio e' misericordioso.


BETTINZOLI Mario
(cfr.: Silvano Gianduzzo, Exallievi Don Bosco. 120 profili biografici).



Martire della Resistenza col crocifisso e la reliquia di don Bosco in mano.

Partigiano (1921-1944) - Nasce a Brescia il 21 novembre 1921 e viene educato in una famiglia di profonda fede cristiana. Un fratello diventerà salesiano sacerdote e per quattordici anni sarà parroco del rione cittadino che in seguito assumerà il nome di "Quartiere don Bosco".
Mario frequenta assiduamente l'oratorio salesiano ed è delegato degli aspiranti di Azione Cattolica. Si prepara alla vita ottenendo il diploma di perito industriale.

Chiamato alle armi nel dicembre 1941, frequenta il corso allievi ufficiali a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, e ottiene il grado di sottotenente di complemento dell'Arti-glieria.





Assegnato alla caserma della Cecchignola, a Roma, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 combatte contro i Tedeschi per la difesa della capitale. Catturato, è rinchiuso nella sua stessa caserma. Accusato di resistenza armata, è condannato a morte. Tuttavia il 15 settembre riesce a fuggire e raggiunge, in modo avventuroso, Brescia.
Giunto nella città natale, invece di precipitarsi a casa, passa dai Salesiani e rimane sino a tarda notte con gli amici, che erano riuniti nel piccolo teatro dell'oratorio a preparare una recita.





Nell'ottobre 1943 si rifugia in Val Sabbia, dove organizza la resistenza nel Bresciano assieme a Giacomo Perlasca.


Adriano Grossi - questo il suo nome di copertura -divenuto vicecomandante del battaglione Fiamme Verdi (da lui stesso fondato) e comandante della 3a Compagnia, si incarica principalmente di programmare e allestire i campi di lancio.

Il 18 gennaio 1944 si reca a Brescia in compagnia del diretto superiore Perlasca, allo scopo di fare rapporto al Comando provinciale partigiano. Sorpresi dalla polizia federale fascista, i due sono arrestati e consegnati alle autorità germaniche. Interrogati e torturati per tre giorni nella Caserma "Arsenale", il 21 gennaio sono trasferiti nelle carceri cittadine. Dopo quasi un mese di detenzione, il tribunale militare tedesco li processa e li condanna a morte quali organizzatori di bande armate.
Entrambi scrivono una lettera d'addio. Esse entrano a fare parte del patrimonio della Resistenza e restano tra le più pure, le più distaccate dalla terra.
 La lettera di Mario Bettinzoli, redatta il 23 febbraio 1944, è indirizzata a tutti i familiari:




 « Miei carissimi genitori, fratello, sorelle, nonna, zii, zie e cugini. Il Signore ha deciso, con i suoi imperscrutabili disegni, che io mi staccassi da tutti voi, quando avrei potuto essere di aiuto alla famiglia. Sia fatta la Sua Volontà. Non disperatevi, pregate piuttosto per me affinché Lo raggiunga presto, e per voi affinché possiate sopportare il distacco. Tutta la vita è una prova, io sono giunto alla fine; ora ci sarà l'esame, purtroppo ho fatto poco di buono, ma almeno muoio cristianamente e questo deve essere per voi un gran conforto. Vi chiedo scusa se mi sono messo sulla pericolosa via che mi ha portato alla morte senza chiedervi il consenso, ma spero mi perdonerete, come il Signore mi ha perdonato pochi minuti fa per mezzo del suo Ministro. Domattina prima della esecuzione della condanna farò la santa Comunione e poi...Ricordatemi ai rev. Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me. Ancora vi esorto a rassegnarvi alla volontà di Dio; che il pensiero della mia morte preceduta dai Santi Sacramenti vi sia di conforto per sempre. Immagino già le lacrime di tutti quando leggerete questa mia; fate invece che dalle vostre labbra, anziché singhiozzi, escano preghiere che mi daranno la salute eterna. Del resto io dall'alto pregherò per voi.Ora, carissimi, vi saluto tutti per l'ultima volta, vi abbraccio con affetto filiale e fraterno: questo abbraccio spirituale è superiore alla morte e ci unisce tutti nel Signore. Pregate! Vostro per sempre, Mario ».





Il giorno seguente, verso le 8 del mattino, Perlasca e Bettinzoli sono fatti salire su un camion e portati a quella che oggi si chiama Caserma "Ottaviani". Vorrebbero togliersi il cappotto per lasciarlo ai poveri. Bettinzoli, sapendo che Perlasca era febbricitante, lo esorta a tenerlo per non tremare di freddo e per non dare ai loro carnefici l'impressione di avere paura di morire. I due recitano ancora una preghiera, assistiti dal cappellano, mentre si schierano i dodici militi che compongono il plotone di esecuzione. Bettinzoli stringe in mano una reliquia di don Bosco e un piccolo Crocifisso. Il cappellano, dopo l'ultima assoluzione, gli chiede il crocifisso e la reliquia che tiene stretti nelle mani: «No, dopo - risponde -e li consegnerà alla mia famiglia».


La sentenza è eseguita mediante fucilazione, alle ore 8,27 del 24 febbraio 1944, presso la caserma del 30° Reggimento di Artiglieria di Brescia.





Alla memoria di Mario Bettinzoli è stata conferita la medaglia di bronzo al Valor Militare. La città di Brescia ha voluto additarne l'esempio alle generazioni future dedicandogli la Scuola Media del quartiere in cui risiedeva.



 Anche varie squadre sportive dell'oratorio salesiano portano il suo nome.