dituttounpoco

Benvenuto a salire
con me il Monte del Signore.

lunedì 27 maggio 2013

Sogni di Don Bosco. ( Spiritualita')



Il Padre e maestro della Gioventu' San Giovanni Bosco, nella Basilica di San Pietro a Roma e' rappresentato da una statua con la sua figura  attorniata da due ragazzi. La statua e' posta sopra quella di San Pietro  e sta subito sotto la cupola. Egli ci ammaestra con le vive immagini dei suoi vecchi sogni sempre attuali e fecondi di bene, stimolo per i giovani e non giovani a migliorare la propria vita.

I sogni di Don Bosco.
(ne vediamo due...)


DON BOSCO RACCONTA IL SOGNO DELLA ZATTERA

L’inondazione e la zattera salvatrice

Questo sogno fu narrato da Don Bosco ai suoi giovani la sera del 1° gennaio 1866. 

È stato intitolato:
 Avvenire della Congregazione Salesiana
e sua missione salvatrice in mezzo alla gioventù. 
In esso Don Bosco presenta alla rapita e commossa fantasia dei suoi figliuoli il vasto panorama delle vicende della vita dello spirito colorando, con tocchi potentemente drammatici, la sorte alla quale Maria Ausiliatrice guida infallibilmente i suoi, e i tragici disastri ai quali vanno fatalmente incontro quelli che a Maria volgono stoltamente le spalle.
E' un sogno suggestivo e rivelatore, capace di tonificare l’anima
e di richiamarla ai suoi veri destini.

In esso Don Bosco descrive un viaggio fatto in compagnia dei suoi giovani durante una improvvisa e furiosa tempesta e attraverso le acque burrascose di una spaventosa inondazione. 
Lo riferiamo con qualche riduzione, ma con fedeltà









Don Bosco sognò di trovarsi tra i giovani del suo Oratorio, che si ricreavano allegramente in una immensa prateria; quand’ecco, all’improvviso, si videro da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso di loro. Sopraffatti dal terrore, corsero a rifugiarsi in un grande mulino isolato, con le mura grosse come quelle di una fortezza. 
Dalle finestre si vedeva l’estensione del disastro: invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, non si scorgeva più altro che la superficie di un lago immenso.
A misura che l’acqua cresceva, essi salivano da un piano all’altro. 
Perduta ogni speranza umana di salvarsi, Don Bosco prese a incoraggiare i suoi cari giovani, invitandoli a mettersi tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e tra le braccia della loro cara Madre Maria. 
Quando l’acqua giunse al livello dell’ultimo piano, il terrore s’impossessò di tutti, enon videro altro scampo che quello di rifugiarsi in una grandissima zattera in forma di nave, apparsa in quel l’istante, che galleggiava vicino a loro.
Ognuno voleva rifugiarvisi per primo, ma c’era un muro che emergeva un po’ più alto del livello delle acque. C’era un solo mezzo: servirsi di un lungo e stretto tronco d’albero; ma rendeva difficile il passaggio il fatto che il tronco poggiava sul barcone e si muoveva seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde.
Fattosi coraggio, Don Bosco vi passò per primo; e per facilitare il trasbordo ai giovani, stabilì preti e chierici che, dal mulino, sorreggessero chi partiva e, dal barcone, dessero mano a chi arrivava.
Frattanto molti giovani impazienti, trovato un pezzo di asse abbastanza lungo e un po’ più largo del tronco, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l’aiuto dei preti e dei chierici e non dando ascolto alle grida di Don Bosco, vi si slanciarono, ma perdendo l’equilibrio, caddero e, ingoiati da quelle torbide e putride acque, più non si videro.
Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti vi stavano sopra. 
E sì grande fu il numero di quegli infelici, che un quarto dei giovani restò vittima del loro capriccio.
Quelli che si erano rifugiati sulla zattera vi trovarono una grande quantità di pani, custoditi in molti canestri.
«Quando tutti furono sulla barca — continua Don Bosco — presi il comando di capitano e dissi ai giovani:
— Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai pericoli e ci guiderà a porto tranquillo.
Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava ottimamente, mentre l’impeto delle onde, agitate dal vento, la spingeva con tale velocità, che noi, abbracciati l’un l’altro, facemmo un sol corpo per non cadere.
Percorso molto spazio in brevissimo tempo, a un tratto la barca si fermò e si mise a girare attorno a se stessa con straordinaria rapidità, sicché pareva dovesse affondare. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e, ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio del vento salvatore, andò a fermarsi vicino a una terra che si ergeva come una collina in mezzo a quel mare.
Molti giovani se ne invaghirono e, dicendo che il Signore aveva posto l’uomo sulla terra e non sulle acque, senza chiedere il permesso, uscirono dalla barca giubilando. Ma breve fu la loro gioia perché per un improvviso infuriare della tempesta, crebbero le acque, la collina fu inondata, ed essi scomparvero travolti dalle onde.
Io esclamai:
— È proprio vero che chi fa di sua testa, paga di sua borsa.
La zattera intanto, in balia di quel turbine, minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e tremanti: — Fatevi coraggio — gridai loro —, Maria non ci abbandonerà.
E unanimi e di cuore ci mettemmo a pregare in ginocchio, tenendoci per mano gli uni con gli altri. Però ci furono parecchi insensati che, indifferenti a quel pericolo, alzatisi in piedi, si aggiravano qua e là sghignazzando tra di loro e burlandosi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni.
Ed ecco che la nave si arresta all’improvviso, gira con rapidità su se stessa e un vento furioso sbatte nelle onde quei disgraziati. Erano trenta, ed essendo l’acqua profonda e melmosa, appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro.
Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare. Sopravvenne la calma, ma la nave continuava ad avanzare senza che sapessimo dove ci avrebbe condotti.
A bordo intanto ferveva l’opera di salvataggio. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvare i caduti.
Poiché vi erano di quelli che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della zattera, cadevano nel lago; e ve ne erano anche altri che, sfacciati e crudeli, chiamando qualche compagno vicino alle sponde, con un urtone, lo gettavano giù.
Perciò vari preti preparavano canne robuste, grosse lenze e ami di varie specie. Appena cadeva un giovane, le canne si abbassavano e il naufrago si aggrappava alla lenza, oppure con l’amo restava uncinato alla cintura o nelle vesti, e così veniva tratto in salvo. Io stavo ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani, da preti e da chierici che eseguivano i miei ordini.
Finché i giovani furono docili e obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: erano tranquilli, contenti, sicuri. 
Ma non pochi cominciarono a trovare incomoda quella zattera, a temere il viaggio troppo lungo, a lamentarsi dei pericoli e disagi di quella traversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, e a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercavo di persuaderli con le ragioni.
Ed ecco in vista altre zattere, che sembrava tenessero un corso diverso dal nostro; e quegli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci: gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me: vedevo quegli infelici che andavano incontro alla rovina. Soffiava il vento, i flutti erano agitati, e alcuni sprofondarono tra le spire dei vortici, altri riuscirono a salire sulle zattere, che però non tardarono a sommergersi. La notte si era fatta buia: in lontananza si udivano le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti.
Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto, ciò nonostante continuando a confidare nella Madonna, dopo una notte tenebrosa, la nave entrò in uno stretto, tra due sponde limacciose, coperte di cespugli, di ciottoli e di rottami. Tutto intorno alla barca si vedevano tarantole, rospi, serpenti, coccodrilli, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca, stavano molti scimmioni che, penzolando dai rami, si sforzavano di toccare e attorcigliare i giovani; ma questi, curvandosi impauriti, schivavano quelle insidie.
Fu colà, su quel greto, che rivedemmo con grande sorpresa e orrore i poveri compagni perduti. Dopo il naufragio erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia, contro gli scogli. Altri erano sotterrati nel padule e non se ne vedevano che i capelli e la metà d’un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa; altrove galleggiava, interamente visibile, qualche cadavere.
Ma ben altro spettacolo si presentava ai nostri occhi. A poca distanza s’innalzava una gigantesca fornace, nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. Sopra quel fuoco vi era come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole: “Il sesto e il settimo conducono qui” (cioè: il furto e l’impurità).
Là vicino vi era anche una vasta prorninenza di terra, ove si moveva un’altra moltitudine di nostri giovani o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli e persino il cuore pieni di insetti e di vermi schifosi, che li rosicchiavano e cagionavano loro grandissimo dolore.
Io additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa: chiunque andava a lavarsi in quella, guariva al l’istante e poteva ritornare nella zattera. La maggior parte di quegli infelici aderì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io, seguito da quelli che erano risanati, tornai alla zattera, che uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per cui era entrata, e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.
Noi, compiangendo la fine lacrimevole dei nostri compagni abbandonati
 in quel luogo, ci mettemmo a cantare: “Lodate Maria, o lingue fedeli”, in ringraziamento alla gran Madre celeste per averci fino allora protetti; e sull’istante, quasi al comando di Maria, cessò l’infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde.
Ed ecco comparire in cielo un arcobaleno e più meravigliosa di un’aurora boreale, sulla quale, passando, vedemmo scritto a grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significa to. A me parve che ogni lettera fosse l’iniziale di queste parole:“Mater et Domina omnis universi Maria” (Madre e Signora di tutto l’universo Maria).
Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntare terra in fondo all’orizzonte. A quella vista provammo una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi, presentava il panorama più incantevole, perché illuminata dal so le nascente, che spandeva una luce ineffabilmente quieta e riposante, simile a quella di una splendida sera d’estate.
Finalmente, urtando contro la sabbia del lido o strisciando su di essa, la zattera si fermò all’asciutto, ai piedi di una bellissima vigna.
I giovani mi guardavano come per dirmi: — Discendiamo?
Al mio “Sì” fu un grido generale di gioia, e tutti entrarono in quella vigna.
Dalle viti pendevano grappoli d’uva simili a quelli della terra promessa, e sugli alberi c’era ogni sorta di frutta.
In mezzo a quella vastissima vigna sorgeva un grande castello attorniato da un delizioso giardino e da forti mura.
Ci fu concessa libera entrata. In un’ampia sala, tutta ornata d’oro, stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti.
Ognuno poté servirsi a piacimento.
Mentre finivamo di rifocillarci, entrò nella sala un nobile giovane di una bellezza indescrivibile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiamandoci tutti per nome. Vedendoci meravigliati per le cose già viste, ci disse: 
— Questo è nulla, venite e vedrete.
Noi tutti lo seguimmo; dai parapetti delle logge egli ci fece contemplare i giardini, dicendoci che erano a nostra disposizione per la ricreazione. 
E ci condusse di sala in sala, una più magnifica del l’altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie.
Ci introdusse quindi in una splendida chiesa. Il pavimento, le mura, le volte erano ricche di marmi, di argento, d’oro e di pietre preziose.
 — Ma questa bellezza — esclamai — è una bellezza di paradiso. Faccio firma di rimanere qui per sempre!
In mezzo a questo gran tempio s’innalzava, sopra ricca base, una grande, magnifica statua di Maria Ausiliatrice. Attorno ad essa si raccolse la moltitudine dei giovani per ringraziare la Vergine dei tanti favori che ci aveva elargito.
Mentre i giovani stavano ammirandone la bellezza veramente celestiale, a un tratto la statua parve animarsi e sorridere. 
Tra la folla si levò allora un grido: — La Madonna muove gli occhi!
Maria infatti girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni sui giovani che Le stavano intorno. 
Poco dopo risonò un secondo grido: La Madonna muove le mani!
La Vergine, aprendo lentamente le braccia, con le mani solleva va il manto in atto di protezione.
La Madonna muove le labbra! —. Gridarono altri in coro.

Seguì un silenzio profondo, mentre gli occhi di tutti erano fissi nel volto di 
Maria, la quale con voce dolcissima disse:
— Se voi sarete per me figliuoli devoti, io sarò per voi Madre amorosa. A queste parole cademmo in ginocchio e intonammo il canto: Lodate Maria, o lingue fedeli.
L’armonia delle voci era così forte, così soave che, sopraffatto da essa,
mi svegliai;
 e così terminò la visione» .



 Di questo sogno fece qualche commento Don Bosco stesso, e confidò ai singoli che lo richiedevano il posto che occupavano in esso.
L ‘immensa pianura è il mondo.
L ‘inondazione, i pericoli del mondo.
Il mulino rappresenta la Chiesa.
Il tronco di albero che fa da ponte, la Croce.
La grande zattera, la Casa di Maria, l’Oratorio.
I canestri di pane, la SS. Eucaristia.
I vortici impetuosi, le tentazioni.
La collina che alletta molti, i desideri mondani.
I sacerdoti che si prodigano al salvataggio con ami e lenze, la Confessione.
Gli animali schifosi e gli scimmioni, gli allettamenti della colpa.
La fonte di acqua fresca, ferruginosa, la Confessione e la Comunione.
L ‘arcobaleno radioso, Maria.
Il castello, la vigna e il convito indicano la Patria.

 Infine Maria Ausiliatrice stessa corona l’insegnamento con l’assicurazione:
  
Oggi il mondo, ossia la mentalità anticristiana, è ancor più dilagante con i suoi vortici sempre più travolgenti, attraverso il progressivo annacquamento delle convinzioni e delle abitudini cristiane.


Di qui l’attualità sempre viva di di questo sogno di Don Bosco, che ora che ha raggiunto la Patria, è più potente e operante di prima nell’opera di salvataggio della gioventù, pupilla dei suoi occhi.



Il sogno dell’elefante

Il 6 gennaio 1863
 Don Bosco raccontava ai suoi giovani uno di quei sogni
che facevano epoca per l’efficacia con la quale scuotevano i cuori
e li portavano a Maria.

Sognò di trovarsi nella sua cameretta in amichevole conversazione
col prof. Vallauri, senatore del Regno, quando sentì bussare alla porta.
Corse a vedere.
Era Mamma Margherita, morta da sei anni, che affannata lo chiamava:
    Vieni a vedere! Vieni a vedere!
     
Don Bosco esce sul balcone e vede, nel cortile, 
un elefante di smisurata grandezza.
Sbigottito si precipita nel cortile, seguito dal prof. Vallauri.

Quell’elefante sembrava mite, docile, si divertiva con i giovani, li accarezzava con la proboscide, in modo che era sempre seguito da un gran numero di giovani.
La maggior parte però fuggiva spaventata e finì per rifugiarsi in chiesa.
Anche Don Bosco li seguì e, nel passare vicino alla statuetta della Vergine,
collocata sotto il porticato (ove si trova ancora oggi),
toccò l’estremità del suo manto per invocarne la protezione.

Venne l’ora delle sacre funzioni e tutti i giovani si recarono in chiesa.
L’elefante li seguì e Don Bosco, mentre impartiva la benedizione eucaristica, vide al fondo il mostro anch’esso inginocchiato, ma in senso contrario,
col muso e con le zanne rivolti alla porta principale.

Usciti di chiesa, i giovani ripresero la ricreazione.
 «A un tratto — racconta Don Bosco —, all’impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima era tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo ai giovani circostanti e, prendendo i più vicini con la proboscide, scagliarli in alto,
sfracellarli sbattendoli in terra e con i piedi farne uno strazio orrendo.

Era un fuggi fuggi generale:
chi gridava, chi piangeva, chi invocava l’aiuto dei compagni;
 mentre, cosa straziante, alcuni giovani, invece di soccorrere i feriti,
avevano fatto alleanza col mostro per procacciargli nuove vittime.

Mentre avvenivano queste cose, la statuetta della Madonna si animò, s’ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia, aperse il manto che si allargò smisuratamente, tanto da coprire tutti quelli che vi si ricoveravano sotto.
 
Ma vedendo Maria SS. che molti non si curavano di correre a lei,
 gridava ad alta voce: — Venite ad me omnes (Venite a me tutti). 




Ed ecco che la folla dei giovani sotto il manto cresceva,
mentre il manto continuava ad allargarsi.

Siccome però alcuni facevano i sordi e rimanevano feriti, la Vergine, rossa in viso, continuava a gridare: — Venite ad me omnes!
L’elefante intanto continuava la strage, aiutato da alcuni giovani che, armati di spada, impedivano ai compagni di rifugiarsi presso la Madonna.

Tra i giovani ricoverati sotto il manto della Vergine alcuni facevano rapide scorrerie, strappavano all’elefante qualche preda e portavano i feriti sotto il manto della Madonna, e subito restavano guariti».

Il cortile ormai era deserto e presentava due scene opposte.

Da una parte c’era l’elefante con 10-12 giovani
che lo avevano aiutato a fare tanto male.
A un tratto quel bestione si sollevò sulle zampe posteriori, si trasformò in un fantasma orribile con lunghe corna e, preso una nera grande coperta,
avviluppò quei miseri che avevano parteggiato con lui,
mandando un orribile barrito.
 Allora un denso fumo tutti li avvolse e si sprofondarono e
sparirono col mostro in una voragine
improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.

Dall’altra parte  c’era la scena dolcissima della Vergine che,
ai giovani ricoverati sotto il suo manto,
rivolgeva belle parole di conforto e di speranza.
Tra le altre, Don Bosco udì queste: - Voi che avete ascoltato la mia voce e siete sfuggiti alla strage del demonio, volete sapere qual è la causa della loro perdita?
Sono i cattivi discorsi e le azioni che ne seguirono.
Fuggite quei compagni che sono amici di Satana,
fuggite i cattivi discorsi, specialmente quelli contro la purità;
abbiate in me una confidenza illimitata e il mio manto vi sarà sempre sicuro rifugio.

Detto questo, si dileguò e Don Bosco non vide altro che la cara statuetta,
mentre i giovani salvati si ordinarono dietro a uno stendardo che portava la scritta: 
Sancta Maria, succurre miseris (Santa Maria, soccorri noi poveretti) 
e partirono cantando: «Lodate Maria, o lingue fedeli».
Don Bosco terminava il suo racconto dicendo:

« Chi vorrà sapere il posto che tenevano in sogno, venga da me
e io glielo manifesterò ».
«I giovani — commenta il biografo Don Lemoyne —, meditando tal sogno, per una settimana e più non lo lasciarono in pace. 
Al mattino molte confessioni, dopo pranzo furono quasi tutti da lui per sapere quale luogo tenessero in quel sogno misterioso».

E tu, da che parte stai?...


domenica 5 maggio 2013

Marcia per la vita


Ci saro’ anch’io?...

 12 maggio 2013
Marcia per la vita
dal Colosseo per le vie di Roma.
Marcia “per la vita”:
per dire che è bello generare, servire la vita e custodirla;
è bello sacrificarsi e confidare;
è bello essere padri, madri, sposi;
è bello amare, cioè accogliere senza condizioni una creatura
innocente, debole, bisognosa,
che noi stessi abbiamo chiamato alla vita;
è bello, e giusto, contemplare ogni nascita,
per scorgere in ogni bambino,
nella sua piccolezza, e nella sua tenerezza,
il Mistero della nostra umanità,
il Dono di cui unico Signore
e’ Dio,
che l’ha voluto
nel suo coinvolgente
Amore.

domenica 28 aprile 2013

Pensieri da non perdere.


Quale regola da tenere nei confronti delle mie scelte?

Lasciarsi illuminare e poi decidere secondo coscienza. 
La coscienza  e' infatti la voce che ci guida nella responsabilita' della vita, 
ogni giorno.

Devo esser certo tuttavia che...


 "La coscienza emette sentenze, non emette leggi". 
(Tonino Bello Vesc.)

E per quali strade mi deve guidare la coscienza?..

Le grandi strade , quelle del coraggio. Questo infatti e' parte del nostro essere cristiani ...Un bagaglio che ci dona lo Spirito Santo.

"Rimanete saldi nel cammino della fede con la ferma speranza nel Signore. Qui sta il segreto del nostro cammino! Lui ci dà il coraggio di andare controcorrente.
Sentite bene, giovani: andare controcorrente; questo fa bene al cuore, ma ci vuole il coraggio per andare controcorrente e Lui ci dà questo coraggio!

Non ci sono difficoltà, tribolazioni, incomprensioni che ci devono far paura se rimaniamo uniti a Dio come i tralci sono uniti alla vite, se non perdiamo l’amicizia con Lui, se gli facciamo sempre più spazio nella nostra vita.

Questo anche e soprattutto se ci sentiamo poveri, deboli, peccatori, perché Dio dona forza alla nostra debolezza, ricchezza alla nostra povertà, conversione e perdono al nostro peccato. E’ tanto misericordioso il Signore: sempre, se andiamo da Lui, ci perdona.
Abbiamo fiducia nell’azione di Dio! Con Lui possiamo fare cose grandi; ci farà sentire la gioia di essere suoi discepoli, suoi testimoni. Scommettete sui grandi ideali, sulle cose grandi.
Noi cristiani non siamo scelti dal Signore per cosine piccole, andate sempre al di là, verso le cose grandi.
Giocate la vita per grandi ideali, giovani!

Novità di Dio, tribolazione nella vita, saldi nel Signore.
Cari amici, spalanchiamo la porta della nostra vita alla novità di Dio che ci dona lo Spirito Santo, perché ci trasformi, ci renda forti nelle tribolazioni, rafforzi la nostra unione con il Signore, il nostro rimanere saldi in Lui: questa è una vera gioia! Così sia".

(Dall’omelia di Papa Francisc ai Cresimandi, il 28 aprile 2013. cfr. Zenit I130428)

giovedì 18 aprile 2013

Poesie (continua)


La poesia ci fa vedere la realta' con il cuore del bambino, dell'artista, dell'inventore e dell'esploratore. Si tinge di filosofia, ma non e' filosofia; si presenta come una scienza che e' scienza del vivere la realta' nel suo essere piu' profondo. E' una scoperta. E' un sentimento condotto per mano dal cuore e dalla ragione, addolcita dalla sapienza e dal buon gusto. Il bello, il vero, il buono e il duraturo si danno la mano nella poesia, che accompagna musicalmente il battito del cuore e il risvegliarsi della mente. La poesia e' luce, senno' non e' poesia.











Ad uno scolaro.



Quel che vedo e sento attorno
e' il problema d' ogni giorno:
ne' di vento breve sbuffo,
ne' di pioggia scarsa goccia
non m'attrae ne' mi consola:
mi diverte invece assai
la tua stima, che mi dai:
l'interesse e il tuo impegno,
che riveli proprio a scuola,
quando spiego, quando parlo
e ti insegno la tua via,
che s'intreccia con la mia.











TRAMONTANA

Nel tremor della campagna
va solinga alla montagna
una bava, uno stravento
che risale al firmamento

e dalla polve' fin le stelle
ripulisce e fa piu' belle;
ma la terra or si sconquassa,
ch'ei di tutto fa una massa,

un ritorto ed un groviglio
se in radice n'ha appiglio;
fa dovunque un quarantotto:
tutto spazza, tutto e' rotto.

Questo e' un vento assai feroce,
che dal tramonto assume voce;
ma del sol non e' parente,
che' di caldo non ha niente.

Vien dal Nord o dal Nord Est,
mai dal Sud ne' dall'Est;
ei raggela tuttoquanto,
 dell'inverno cinge il manto.

Per due notti e una giornata
a tutto da' una sventolata.
E il suo nome sai qual e'?
Tramontana! Questo e'.












Silenziose stelle

Silenziose
stelle
strillano
senza 
sussurro
sul sommo
sereno:
sono
sogni soavi
e sempiterni.
Scocca 
solinga
scia luminosa
e scompare.




domenica 14 aprile 2013

Universita' cattolica.

14 aprile.
Oggi, domenica 14 aprile abbiamo ricordato l'impegno culturale e formativo di tutte le Universita' cattoliche in modo particolare dell'Universita' cattolica di Milano che ha come fondatore il Sacerdote e scienziato Padre Gemelli, ma che non puo' dimenticare l'influsso considerevole datole dal Beato Giuseppe Toniolo che se ne preoccupo' come di un gioiello necessario alla cultura ed alla vita cattolica del paese e del mondo intero. Egli sostenne e incito' il Gemelli nella usa idea e realizzazione, ma il Signore lo chiamava ormai al Cielo.
Il Concilio Vaticano II ha delle pagine molto importanti al riguardo dell'Universita' cattolica e afferma l'impegno della Chiesa a promuovere questi centri di formazione e di cultura come indispensabili per un futuro migliore della societa' e la diffusione della cultura e della fede cristiana nel mondo. La Chiesa "si preoccupa nello stesso tempo di affiancare le altre universita' con convitti e centri universitari cattolici, dove sacerdoti, religiosi e laici, accuratamente scelti e preparati, possano offrire alla gioventu' universitaria un'assistenza spirituale ed intellettuale di carattere permanente".
Dichiarazione sull'educazione cristiana, n. 10.



giovedì 4 aprile 2013

Dolore e Risurrezione



In maniera straordinariamente nuova, la risurrezione di Gesu' ci spiega il senso ed il significato della Croce di Gesu', della nostra croce, di tutte le croci!
La croce di Gesu'. alla Luce della Risurrezione si manifesta come la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. E nella Croce la Parola che ascoltiamo ci giunge da Dio Amore, Misericordia e Perdono. La Croce ci dice pero' anche che essa e' giudizio di Dio e che Dio giudica amandoci. . E il giudizio che  esprime la Croce e' questo: se io accolgo il suo amore, sono salvo, se io rifiuto il suo amore sono perduto! Ma chi mi condanna sono io stesso, perche' Dio non condanna, salva ed ama. Ed allora la Croce portata dai Cristiani e' la loro risposta al male, che e' fuori e dentro di noi. Prendendo e portando la croce dietro a Gesu' essi rispondono al male, come Gesu'.
Ecco perche' noi vediamo Gesu' Risorto con i segni della Passione,  gloriosi, nel suo Corpo.Gesu' conserva  e mostra i segni della sua Passione a Tommaso anche per dire a chi soffre che le sue pene e sofferenze faranno parte della Risurrezione e, in essa, ne saranno segno glorioso trasformato in splendore e gioia infinita e che questo non e' un pio inganno, ma realta'. Con questa certezza noi continuiamo la via della Croce di Gesu' nella nostra via Crucis di tutti i giorni, portando con le nostre pene e sofferenze la Parola di Amore e di Perdono  di Gesu' Crocifisso e Risorto. Le nostre pene e sofferenze diventano allora come il biglietto di ingresso nella gloria della Risurrezione, se portate con Gesu', seguendo Lui. Sara' come avere un biglietto di ingresso alla Gloria che ci e stata preparata. Biglietto il cui timbro validante e' l'inserimento di esse nella Croce di Gesu'. Con quel biglietto cammineremo con gioia, perche' certi che Gesu' e' gia' Risorto e vuol fare anche di noi  i partecipi della sua Risurrezione.
E tutto questo e' segno "che Dio ci ama tanto, perche' Lui e' tutto amore'. (1)




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(1) cfr.:Papa Francesco , discorso al Colosseo.

sabato 30 marzo 2013

Fioretti di (San) Francesco Primo

Am
Bacau 30 marzo.
Conosciamo il libro dei Fioretti di San Francesco. Potremmo cominciare a scriverne uno 
di un nuovo "Santo": Il Santo Padre Francesco.

Ecco una testimonianza viva che ha origine da un confratello 
della nostra Congregazione salesiana.




Vaticano - A pranzo dal Papa

Don Maurizio Verlezza, direttore della comunità del postnoviziato di San Tarcisio di Roma, ha avuto il 28 marzo, un inaspettato invito a pranzo.

 Questo e' il  resoconto di una giornata certamente indimenticabile per lui.

- Solo pochi giorni fa un benzinaio vicino casa mi aveva detto: “ah don Mauri’, sai che questo mi piace un sacco; quando lo vedi salutamelo!”. Ero stupito che quell’apprezzamento venisse proprio da lui che si reputa ateo e miscredente. Mai avrei pensato che solo pochi giorni dopo avrei pranzato accanto al Santo Padre. Ho mantenuto la promessa fatta al benzinaio.

Mercoledì, per diverse volte, avevano cercato di raggiungermi telefonicamente dalla Segreteria di Stato per invitarmi a pranzo. Avevo il cellulare spento perché ero agli esercizi spirituali a Greccio, nella terra francescana. In serata mi raggiunge mons. Angelo Becciu, e mi invita a pranzare il giorno dopo 
con il “grande capo” senza  aggiungere altro;
 mi dice solo di farmi trovare alla porta Sant’Anna 
il giorno dopo alle ore 12.30.

Ieri, fedele all’appuntamento, vengo accompagnato, insieme a don Antonio Petrosino salesiano, delegato regionale del CNOS-Fap, ad altri 5 sacerdoti romani, nell’appartamento di mons. Becciu. Ero sicuro che avrei incontrato il card. Tarcisio Bertone, ma con grande sorpresa scopro che 
il “grande capo” era proprio il Santo Padre. 
Ancora adesso mi sembra un sogno: 
pranzare con Papa Francesco!

È stato un pranzo semplice e cordiale, fatto di quotidiani racconti della vita dei preti a Roma. Era stato il Santo Padre ad esprimere il desiderio a mons. Becciu di pranzare insieme ad alcuni sacerdoti romani, il giorno della festa del Sacerdozio.

Insieme a don Petrosino abbiamo parlato a lungo della missione dei salesiani con i ragazzi delle periferie romane e il Santo Padre ci ha ricordato del suo amore per Maria Ausiliatrice e del dono della statua che gli ha fatto pochi giorni prima il Rettor Maggiore. Abbiamo ricordato della sua passione per il calcio e per la squadra argentina del San Lorenzo, fondata da un salesiano con i ragazzi di strada.

È rimasto in un ascolto profondo davanti ai nostri racconti vocazionali e ha chiesto della situazioni di povertà della città di Roma, che sono state ben illustrate dal responsabile della Caritas diocesana. 
Gli unici due religiosi eravamo don Antonio ed io, oltre al presidente della Caritas della Diocesi di Roma, erano presenti vari parroci di Roma tra i quali uno che ha lavorato per tanti anni come prete operaio e ora anima una parrocchia della periferia di Roma.

Alle ore 14.45 ci ha salutati.
Ho provato ad inchinarmi per baciargli la mano, ma lui mi ha abbracciato e mi ha detto “Prega per me e salutami i salesiani.”; si doveva congedare da noi per prepararsi alla celebrazione del Giovedì Santo al carcere minorile di Casal del Marmo.-

(Questa testimonianza e' confermata dalle notizie di Zenit e ci proviene dal nostro Segretartio Ispettoriale, via internet.)

lunedì 25 marzo 2013

Siamo con te. A Papa Francesco





Papa Benedetto XVI.mo ci diceva che, dopo lunga preghiera aveva capito che Gesu' gli chiedeva questo atto di umilta' e di coraggio: le dimissioni per il bene di una rinascita nella Chiesa.
Il nostro cuore forse ha avuto un palpito di dolore e di dubbio, ma subito l'incertezza e il dubbio e' svanito perche' nel Papa, che Santa Caterina da Siena chiamava il "Dolce Gesu' in terra", parla a noi Gesu'. Dunque era Gesu' che voleva quello e Lui sa quale e' il bene della Chiesa e del Mondo.
E lo splendore spirituale e morale del nuovo Papa ci conferma nella speranza che le parole del Papa precedente, Benedetto XVI.mo, avevano suscitato in noi.
Rimangono scolpite nel nostro cuore le parole di Francesco primo, il 266.mo Papa  nella Chiesa di Cristo che ha sede in Roma: "Cari giovani non lasciatevi rubare la speranza!".."Arrivederci a Rio!"...Preparatevi!..
"Buon Cammino!"
E nel cammino della vita noi riprendiamo con speranza e gioia il nostro andare.

Per questo , ecco una  poesia e di speranza.


Mondo




Ho sfogliato la pagina del mondo
e l'ho subito chiusa,
inorridito;
Ho detto: il mondo e' cattivo!
Incendi, guerre, uccisioni,
ferimenti, percosse, malvagita'...
Che tristezza...!
C'e' ancora qualcosa di buono 
nel mondo?...
Il mio cuore gonfio 
piangeva di dolore, 
di rabbia, di orrore!...
E' questo il mio mondo?...
Ho girato lo sguardo:
via quella pagina,
via!...mai piu'!
Ed ecco! il mio occhio
si volse su,
alla parete, 
in alto:
era Gesu' 
in Croce.
Sotto, sul tavolino
un'immagine pia
della Vergine
Maria.
E li',... a me vicino
li' accanto,
scorsi una foto e vidi e sentii:
la mamma, la mamma mia!
Occhi ridenti,
belli.
splendenti!
Dolce sul labbro un sorriso.
La sorellina
le era in braccio:
teneva serena un biscotto 
in mano,
piccola mano di bimba,
lo sguardo intenso 
verso di me...
Alle mie spalle
dalla Tivu
bianca e festosa
una persona:
il Papa!
Egli abbracciava 
un popolo intero,
una folla festante
e  sul volto aveva  il sorriso...
Fu allora...
Il mio cuore  chiuso
si sciolse:
il mio sguardo interiore 
cambio'.
No!
C'e' il mondo cattivo,
e non manca il mondo  buono,
ed e' vasto:
piu' grande,
aperto e sereno,
immenso.
Di esso poco si parla,
ma c'e',
ma splende:
e' li',
davanti agli occhi!
che la Tivu 
ha chiuso
ai piu'.
Occhi dai giornali
annebbiati;
orecchi, dal frastuono
ovattati.
...
"Giovani non lasciate
che la speranza 
e la gioia di Cristo 
dal cuore
vi siano  rubate!"

Si e' aperta una porta,
si e' iniziato un cammino 
verso la luce
che al Sole e' sorta.

Ho capito!...
"quando un albero cade,
immenso e' il frastuono:
ma una foresta che cresce
nessuno la sente."
Cosi' e' il mondo...

Guardando ora  
le braccia di Cristo
in Croce spalancate
e pietosa l'immagine
della Vergine pura; 
ricordando il calore 
e l'affetto 
dei mie cari,
Il tutto riflesso 
nella bianca figura 
ridente e paterna
di Papa Francesco,
ritrovai il colore del mondo,
ho rinnovato il sorriso,
mi sono sentito sicuro.
Ho ritrovato la speranza,
ripresi il cammino.
...Compresi allora
che il mondo
ritornera'
buono.