dituttounpoco

Benvenuto a salire
con me il Monte del Signore.

lunedì 4 marzo 2013

Pensieri

AM

Educare.
Educare e' donare in un clima di dialogo come tra familiari, come tra amici. E' donare in un dialogo reciproco in cui predominano le vie della ragione, religione ed amorevolezza. Quest'ultima e' una specie di accoglienza dolce ricca di stima per l'educando: stima che accoglie la persona nella sua realta'; fiducia che, indirizzandosi alla persona ed al suo futuro, da' ad essa speranza e responsabilita'; autorevolezza, che e' fatta di competenza e di un chiaro buon esempio di vita appoggiata sui valori intramontabili e su motivazioni significative.

Condizione fondamentale da parte nell'educando e' l'apertura di se' nella confidenza e riconoscenza verso l'educatore, che si esprime nel dialogo rispettoso e filiale.


PAPÀ SOTTO IL LETTO
Quando ero piccola un padre era per me come la luce nel frigorifero. Ogni casa ne aveva uno, ma nes­suno sapeva realmente cosa facevano sia l'uno che l'altro, dopo che la porta era stata chiusa.
Mio padre usciva di casa ogni mattina ed ogni se­ra; quando tornava, sembrava felice di rivederci. Lui solo era capace di aprire il vasetto dei sottaceti, quan­do gli altri non riuscivano. Era l'unico che non ave­va paura di andare in cantina da solo. Si tagliava fa­cendosi la barba, ma nessuno gli dava il bacino o si impressionava per questo. Quando pioveva, ovviamente, era lui che andava a prendere la macchina e la portava davanti all'ingresso. Se qualcuno era am­malato, lui usciva a comperare le medicine. Metteva
le trappole per i topi, potava le rose in modo che ci si potesse affacciare alla porta d'ingresso senza ri­schiare di pungersi. Quando mi regalarono la mia pri­ma bicicletta, pedalò per chilometri, accanto a me, fin­ché non fui in grado di cavarmela da sola. Avevo pau­ra di tutti gli altri padri, ma non del mio. Una volta gli preparai il tè. Era solo acqua zuccherata, ma lui era seduto su una seggiolina e lo sorbiva dicendo che era squisito.
Ogni volta che giocavo con le bambole, la bam­bola mamma aveva un sacco di cose da fare. Non sa­pevo invece che cosa far fare alla bambola papà, co­si’ gli facevo dire: «Bene, adesso esco e vado a lavo­rare», poi la buttavo sotto il letto.
Quando avevo nove anni, un mattino mio padre non si alzò per andare a lavorare. Andò all'ospedale e morì il giorno dopo. Allora andai in camera mia e cercai la bambola papà sotto il letto. La trovai, la spolverai e la posi sul mio letto.
Mio padre non fece mai nulla... Non immaginavo che la sua scomparsa mi avrebbe fatto tanto male. Ancora oggi non so perché. (Erma Bombek)
Una signora confidò: «E qualche anno che è morto mio padre e ancora sento fortemente il rimorso di non avergli mai detto: "Papà, ti voglio bene"».

giovedì 28 febbraio 2013

Tu sei Pietro...

AM



Messaggio per la Quaresima.

Cari fratelli e sorelle, 
la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
 1. La fede come risposta all'amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l'amore adesso non è più solo un "comandamento", ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell'amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l'amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell'atto totalizzante dell'amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai "concluso" e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell'«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro, così che per loro l'amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell'amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore - «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! ... La fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce – in fondo l'unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
 2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all'amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
 3. L'indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l'atteggiamento di chi mette in modo così forte l'accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall'attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell'Enciclica Populorum progressio, è l'annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall'Amore e tende all'Amore. L'amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l'annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell'Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l'iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all'azione dell'unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell'amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l'Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l'Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall'umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore! 

Dal Vaticano, 15 ottobre 2012

BENEDICTUS PP. XVI


28 febbraio 2013.

E' terminato un Pontificato.
Il Papa Benedetto XVI.mo si e' dimesso.
Ha scelto questa via in coscienza, per il bene della Chiesa, in un momento in cui la realta' richiede nel Papa grande energia e freschezza nelle capacita' umane. Il motivo che lo spinge  a fare questo grave passo e' quello di vedere in se' una situazione di perdita di energie e forze umane necessarie per svolgere con capacita'  il suo compito nella Chiesa.
Gli anni pesano dunque gravemente su di Lui e per il bene di tutti preferisce assolvere un compito che gli rimane come indicatogli da Gesu', non scendere dalla Croce, ma pregare e meditare, nel nascondimento, per il bene della Chiesa, lasciando ad altri il timone della Chiesa. Non e' una fuga, e' un mettersi da parte per fare quello che ora puo' ancora fare. Gesu', ne e' certo, guida Lui la sua Chiesa, che non e' di nessuno, e' solo Sua.
Prendendo atto di questo e accettandolo come obbedienza all'amore Paterno di un Papa che con l'umillta' ed i fatti ci da' l'esempio, ringraziamo con affetto e preghiamo per lui e con lui.

Aspettiamo omai che Lo Spirito Santo illumini i responsabili per la nomina del nuovo Vescovo di Roma, il Papa, a servizio della Chiesa di Gesu'. Noi fervorosamente alziamo la nostra preghiera al Signore per  intercessione della Vergine Santissima, Maria Ausiliatrice per lui.
Ed ecco che per il nuovo Papa, che presto avremo a nostro conforto e Guida, offriamo i nostri sacrifici e preghiere.

Le immagini che seguono sono un invito a rinnovare la nostra fede nel compito dato da Gesu' a colui che continua la missione di Pietro. 




Al nuovo Successore di Pietro noi confermiamo fin d'ora la nostra obbedienza e amore filiale, come li avemmo verso il Papa Benedetto XVI.mo.




lunedì 25 febbraio 2013

Poesie serene



Silenzio vivo


Lento e ritmante
tra la coltrice
frusciava cheto
il mio respiro.

Stavo ascoltando
grave un silenzio
e dentro a quello
breve un rumore:

Era il colore
sul muro antico.
Piccoli scricchi
nelle fessure:

Fresca pittura,
che penetrava
dentro ai crepi.
nelle pareti;

E il tavolino
che si metteva
a proprio agio
sull'impiantito;

E la poltrona
che riposava
flebil sbuffando
e dondolava.

Lento e ritmante
frusciare cheto,
tra le mie coltri,
del mio respiro.









SOLIGO!

Il Soligo!
L'ho rivisto,
ripensando...,
il mio fiume!

Nel Soligo 
mi specchiai: 
nel cristallo 
delle onde.
Li' giocavo 
tra il verde 
delle sponde 
paesane.

Tra squillanti 
rumorose
cascatelle
inebrianti.

Spruzzi e luce 
mi colpivano 
e sul volto 
mi giocavan.

Era il quieto 
ammiccare 
dello specchio 
delle acque.

Era il riso 
di vivaci 
torrentelli 
balzellanti:

"Vivaci correnti
tra balzi di sassi 
tra guizzi di pesci."

Era il fresco  
e con il verde 
il silenzio 
ed il fragore: 

misto insieme 
che formava 
la mia gioia 
nel riposo.

Era un tempo 
di speranza, 
di attesa, 
di fervore.

Lho rivisto, 
ripensando, 
il mio fiume:
il Soligo!




Alianti

Volar tra i brogli di vento,
 piroette di foglie di balsa,
 sfrecciare tra molli colori:
il verde dell'erba e le fronde,
il bianco di nuvole in cielo,
il giallo diffuso dell'aria
la perla di luce del sole;
calare, radente, pian piano
tra il bianco di margheritine,
il giallo di grossi bottoni,
il rosso di terra d'argilla;
 nel fresco dell'humus l'arresto.
 Natura e tecnica insieme:
 riassunte in giovani hobbys,
 conclusi su prati di casa.
Piroette di foglie in balsa,
salir tra carole ventose,
 policromo volo che s'alza:
 l'aliante,ecco vola,è lassù!




Grazie a Benedetto XVI.mo


Nell' ultimo raduno  di tutte le virtu' umane, tutte si riconobbero tra loro e si salutarono come eterne amiche che si riincontravano dopo qualche tempo di assenza. Due sole si sono manifestate meravigliate dell'esistenza l'una dell'altra. Una si chiama Beneficienza e l'altra Riconoscenza...

Quanto a noi, e' dal cuore che sgorga il grido di Grazie al nostro caro Pastore e Padre, che ci ha accompagnato per otto anni di Pontificato sotto il nome di Benedetto XVI.mo. Nome che lo ricordera' alla nostra persona per sempre.

Conserviamo come un  tesoro le sue ultime raccomandazioni e precisazioni dette nell'Angelus di domenica scorsa 24 febbraio:


- "L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio" (n. 3).
Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Grazie! Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa.-(da Vatican.va)


Grazie Santita'!

mercoledì 13 febbraio 2013

Un Padre che deve lasciare i suoi figli


Il Santo Padre il Papa Benedetto XVI.mo ci lascia per rendere un servizio alla Chiesa che tanto ama. Pensa di mettersi in disparte per servire la Chiesa nella preghiera e nello studio. Il suo Servizio di Vicario di Gesu' in terra non si puo' piu' realizzare nel modo dovuto alle necessita' attuali della Chiesa. Il suo dimettersi e' previsto dal Codice Canonico all'articolo 332. E' una scelta libera, maturata nella preghiera, nella riflessione, davanti a Gesu' in Croce, espressa ufficialmente davanti ad un gruppo qualificato di Cardinali. E' decisiva la scelta. Diverra' attuale il 28 febbraio 2013 alle ore 20 della sera.
...Come figli di un tal Padre affettuoso e generoso, il nostro cuore piange. Chiniamo il capo alla Volonta' del Signore che si esprime anche in questo evento cosi' nuovo e scioccante per noi. Per il bene della Chiesa e la Salvezza dei popoli del mondo. Nell'anno della Fede rinnoviamo il nostro Credo nella Chiesa Una Santa Cattolica ed Apostolica. Preghiamo per il Papa e per il suo Successore che la Provvidenza per opera della SpiritoSanto donera' alla Chiesa per confermarci nella fede come ha fatto Benedetto XVI.mo.Grazie.






*
Papa Benedetto, dopo averci raccontato Gesù in molti modi ed aver condotto la Chiesa con tenerezza, dolcezza e amore,ora sceglie di mettersi da parte per lo stesso amore della Chiesa, per pregare per essa nel silenzio e nel riposo a lui resosi necessario.
Noi nel dolore per un Padre che ci ha dato tutto il possibile di se e che ci deve lasciare,anche se lo vorremmo ancora e sempre come Papa, lo salutiamo con gratitudine costanti nella preghiera per Lui.

I suoi Figli addolorati e obbedienti.




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Un regalo indimenticabile del Papa Benedetto XVI.mo:


Il Papa parla del Concilio dal di dentro: testo integrale


da
Stampa
(Radio Vaticana)

2013-02-15 (vedi in  Vatican.Va . news)


mercoledì 30 gennaio 2013

Speranza


La forchetta...




Ho trovato un racconto molto semplice, ma simpatico e significativo.
 Una signora anziana si trovava ormai di fronte alla morte, pienamente lucida.
 La sua più grande amica, che le stava sempre accanto, le chiede:
‘Vuoi qualche cosa di speciale, da conservare con te dopo la morte?’
Lei rispose: ‘Vorrei che mi seppellissero con una forchetta tra le mani.
‘Una forchetta?’ - domandò con stupore l’amica.
‘Sì, una forchetta. Quando andavo a qualche banchetto, terminati i primi piatti conservavo sempre la forchetta perché sapevo che mancava ancora il meglioCosì, a tutti quelli che verranno a pregare e vedere la mia salma, quando domanderanno, come te “perché ha la forchetta in mano?” potrai rispondere, a nome mio: Perché lei sapeva che il meglio… stava ancora per arrivare!’



In fondo, è questa anche la motivazione ultima e più profonda della nostra vita e del nostro lavoro (quello che Don Bosco chiamava, con incantevole semplicità, il “pezzo di paradiso” nel giardino salesiano): “Per il salesiano, la morte è illuminata dalla speranza di entrare nella gioia del suo Signore”

(NN)

domenica 27 gennaio 2013

Festa di Don Bosco



Il giorno 31 gennaio
Festa di Don Bosco.



Al Sacro Cuore di Roma 


Bellissimo!
Leggiamolo insieme... ci fara' del bene.


Festa di Don Bosco.
31 gennaio

Dovremmo avere i calli nelle mani
a forza di salvare le anime!
Giovani… siate oggi persone che hanno fatto propria la mente, il cuore, le mani e i piedi di Don
Bosco. Tocca a voi far vivere ancora Don Bosco! Tocca a voi fare in modo che Don Bosco possa
girare ancora tra i cortili e nella nostra terra. Tocca a voi donare Gesù ai vostri compagni, nei
vostri paesi, in questo territorio così come farebbe Don Bosco.
La Festa di Don Bosco è la festa della nostra storia salesiana,
è l’occasione per rinnovare il nostro desiderio di seguire Cristo
sull’esempio di Don Bosco. Quest’anno la festa si colloca in un periodo tutto particolare:
siamo nel primo anno del triennio di preparazione al bicentenario della nascita di Don
Bosco.
L’invito della Strenna del Rettor Maggiore è di conoscere e imitare Don Bosco per fare
dei giovani la missione della nostra vita. È un impegno che vale non solo per gli adulti ma
anche per i giovani, chiamati a vivere la carità nella Chiesa mettendosi al servizio di altri
giovani, vivendo davvero lo slogan “giovani per i giovani”. Non è forse vero che Don
Bosco ha fondato la Congregazione salesiana insieme ai giovani? Il 18 dicembre del
1859 c’erano in quella stanza non i preti della zona o i collaboratori adulti ma i giovani.
Prendiamo allora sul serio l’invito di don Pascual Chavez e cerchiamo di conoscere Don
Bosco per imitarlo nella nostra vita. Se vogliamo che il carisma salesiano viva anche oggi e
sia fecondo non dobbiamo attendere la venuta di “chissà chi”. Don Bosco oggi puoi essere
tu, anzi sei tu! I suoi occhi oggi incrociano i tuoi non quelli dell’amico che ti sta accanto: i suoi
occhi incrociano proprio i tuoi! Non cercare lontano da te quello che invece oggi viene
chiesto proprio a te. Se oggi festeggi Don Bosco non è un caso. Oggi il Signore ti invita a
rinnovare il tuo amore per Lui e per la Chiesa seguendo l’esempio di Don Bosco, un santo
non solo da ammirare ma da imitare.
Le letture di questa festa, in particolare il Vangelo del Buon Pastore, testo di riferimento
per quest’anno, ci dicono che Don Bosco va visto e interpretato soprattutto alla luce della
figura del pastore. Il pastore non è un mercenario. Questi fa il suo lavoro per soldi, il buon
pastore per passione, per dedizione ad una causa più grande tanto che se vede venire i lupi
non scappa ma combatte. Il mercenario, invece, fugge perché in fondo non cerca altri che se
stesso. Il Buon Pastore paga di persona, si compromette, patisce per le pecore che gli sono
affidate. Così ha fatto Don Bosco. Così dovremmo fare noi… ma… ci stiamo? …ci stai? Ci
sta sì o no?! Troppe volte la spiritualità salesiana viene vista solo nei suoi aspetti più gioiosi
e troppe volte ritrovarsi tra noi significa solo far festa. È certamente un aspetto molto
importante perché la gioia è il frutto di una vita risorta, ma non dobbiamo dimenticare che il
buon pastore del Vangelo, Gesù, non ha vissuto solo le nozze di Cana ma anche la fatica del
Getsemani, è un buon pastore che non è stato solo sul monte Tabor ma anche sul Calvario.
Imitare Don Bosco buon pastore significa allora ripercorrere i suoi passi nella totalità,
disposti ad amare fino al punto da soffrire per le persone amate, significa desiderare di
spendere la propria vita non per sé ma per gli altri. Insomma… seguire Don Bosco significa
dire, come Giovanni Cagliero, “Io, frate o non frate, sto con Don Bosco”!
La spiritualità salesiana è dono ma anche impegno, è gioia ma anche croce, è amore
ma anche capacità di soffrire per chi si ama. Pensate solo alle lacrime di Don Bosco …
Come quando sul prato Filippi, disperato perché non trova un posto per i suoi ragazzi,
piange per l'incertezza e l'abbandono in cui si trova circa il suo futuro. Piangere per amore.
Non è poesia… è dolore, è amore crocifisso! «Ama finché che non ti fa male», diceva
Madre Teresa di Calcutta.
Don Pascual Chavez ha detto che «questo periodo [triennio di preparazione al
bicentenario della nascita di don Bosco] non vuole essere un nostalgico viaggio nel
passato, ma un impegnativo cammino verso il futuro, sì da arrivare al 2015 avendo fatto
nostra la mente, il cuore, le mani e i piedi di Don Bosco» (Colle don Bosco, 16 agosto
2011).
Giovani… siate oggi persone che hanno fatto propria la mente, il cuore, le mani e i
piedi di Don Bosco. Tocca a voi far vivere ancora Don Bosco! Tocca a voi fare in modo che
Don Bosco possa girare ancora tra i cortili e nella nostra terra. Tocca a voi donare Gesù ai
vostri compagni, nei vostri paesi, in questo territorio così come farebbe Don Bosco.
Vediamo ora cosa significa avere la mente, il cuore, le mani e i piedi di Don Bosco .
La mente di Don Bosco
Avere la mente di Don Bosco significa avere i suoi pensieri, condividere le sue
preoccupazioni, le sue idee… Tu cosa hai per la testa? Cosa gira nella tua mente? Di cosa
sei preoccupato? Sai… quali pensieri aveva Don Bosco buon pastore? L’unico suo
pensiero era di trovare tutti i modi possibili per salvare le anime. Era il suo pallino, il
suo chiodo fisso, non pensava ad altro che a questo. Quello cha ha fatto lo ha fatto per
portare le anime a Gesù Cristo. E tu cosa pensi? Qual è il tuo pensiero fisso? I giovani che
gravitano attorno a Don Bosco sentono loro il pensiero che fu di Don Bosco: portare i
giovani a Gesù. Il papa ha scritto qualche anno fa ai giovani: «Ognuno di voi abbia il
coraggio di promettere allo Spirito Santo di portare un giovane a Gesù Cristo, nel
modo che ritiene migliore, sapendo "rendere conto della speranza che è in lui, con dolcezza"
(cfr 1 Pt 3,15). Ma per raggiungere questo scopo, cari amici, siate santi, siate missionari,
poiché non si può mai separare la santità dalla missione. Non abbiate paura di diventare
santi missionari» (Benedetto XVI, Messaggio per la GMG 2008).
Il cuore di Don Bosco
Avere il cuore di Don Bosco significa fare dell’amore l’arma segreta di ogni
intervento educativo, significa amare come Gesù. Siete fatti per amare: è questa la realtà!
Se è così solo nell’amore troveremo il senso della nostra vita. Come Don Bosco ha vissuto
questo?
Vediamo due fatti…
1. “Un eminente Rettore di un grande istituto portoghese era venuto a Torino per
chiedere consiglio a Don Bosco” ricorda Don Ricaldone. “Giunto alla sua presenza,
espose al santo educatore i suoi quesiti circa il modo di educare gli alunni del suo Istituto.
Don Bosco lo ascoltò con grande attenzione, senza interromperlo mai. Al termine del suo
dire, il Padre Gesuita sintetizzò in una sola domanda ciò che desiderava sapere: «In che
modo riuscirò a educar bene i giovani del mio collegio?» E tacque. Don Bosco, al
Padre che si aspettava forse un lungo discorso, rispose quest’unica parola: «Amandoli!»”.
Ecco il segreto: essere persone che amano.
2. E anche in punto di morte questa fu la preoccupazione di Don Bosco. Ecco un
secondo fatto. Un mese prima della morte, all'imbrunire di una giornata passata in un
penoso dormiveglia, Don Bosco fece chiamare Don Rua e Monsignor Cagliero, due dei
figli più cari, e raccogliendo le poche forze che aveva disse per loro e per tutti i Salesiani:
"Vogliatevi tutti bene come fratelli; amatevi, aiutatevi e sopportatevi a vicenda come
fratelli...". Più tardi, con un filo di voce, aggiunse ancora: "Promettetemi di amarvi con
fratelli". Questo è il cuore di Don Bosco, un cuore che desidera che ci vogliamo bene
davvero, non cn le parole ma con i fatti!
Le mani di Don Bosco
Guardiamo ora alle mani di Don Bosco. Sono le mani di una persona che ha lavorato,
che ha faticato, che non è stata “con le mani in mano”. Una caratteristica della spiritualità
salesiana è il lavoro. Don Bosco è un santo estremamente concreto, un santo che non
crede ad una preghiera che non si esprima nella vita, che non diventi azione, carità fattiva,
che non si traduca in un lavoro incessante per amore di Dio e dei fratelli.
Don Bosco non disgiunse il lavoro dalla preghiera: «Se vi è stato un santo che nei
tempi moderni abbia così meravigliosamente congiunti e impersonati in sé i due elementi
della tradizione benedettina "pregare e lavorare" fu precisamente Don Bosco» (Card. C.
Salotti)». Ma la preghiera non è ciò che più appare in lui, non è la sua divisa. Ciò che al
mondo appare è il lavoro intenso disinteressato. Pio IX stesso disse: «La chiave di questo
magnifico mistero [ndr.: dell’opera salesiana] sta in quell'incessante aspirazione a Dio, in
quella continua preghiera, perché egli identificò a pieno il lavoro e la preghiera».
Ai giovani Don Bosco non permetteva le penitenze; solo a Domenico Savio, a Michele
Magone e a Francesco Besucco permise alcune volte di stare senza pietanza o senza
merenda o di limitarsi nella colazione e solo in certe circostanze. Ai suoi figli non
comanda penitenze disciplinari, ma lavoro, lavoro, lavoro: ecco la mortificazione
salesiana! Avere le mani di Don Bosco significa avere la sua stessa passione per il lavoro!
Un grande salesiano, don Caviglia disse che «chi non vuol lavorare, non è salesiano!».
Dovremmo avere i calli nelle mani a forza di salvare le anime! E sempre don Caviglia
insegnò il segno di croce salesiano. Scrisse: «Vi voglio far un regalo: un nuovo segno di
croce. Fate così: lavoro (porta la mano alla fronte), temperanza (al petto), povertà, bontà,
sacramenti e Maria. È un segreto che nessuno conosce e che nessuno vi darà mai e che io
non vi potrò più dare perché un altro anno non ci sarò più».
I piedi di Don Bosco
Infine guardiamo ai piedi di Don Bosco. Quando un fiume smette di correre diventa una
palude. Così è dell’uomo. Don Bosco non ha smesso di camminare. Se avesse smesso il
mondo salesiano sarebbe diventato una palude, uno stagno… Oggi Don Bosco cammina
con i nostri piedi. Oggi Don Bosco continua a camminare, ad andare lontano, a partire.
Riconoscersi nel carisma salesiano significa essere disposti a partire, significa uscire
dalle mura di casa, guardarsi attorno e andare dove c’è bisogno. Avere i piedi di Don Bosco
significa camminare sempre e instancabilmente cercando coloro che chiedono aiuto.
Ascolta il grido del mondo che chiama te, ascoltalo e parti. Don Bosco è questo che ha
fatto: è partito! E quando non poteva partire lui, mandava i suoi figli. Tra voi avrà questo
coraggio solo chi sogna. I sogni sono le vere gambe che ci portano lontano. I tuoi sogni,
quelli veri, sono uno dei tesori più preziosi che hai. Avere un sogno significa percepire la
vita come missione, come magnifico compito da portare a termine. Ma i sogni
muoiono se li tieni chiusi in un cassetto e non cominci a realizzarli. Per realizzarli serve
partire però, partire innanzitutto dalle proprie sicurezze e dai propri calcoli. E la cosa più
bella sarà scoprire che il tuo sogno e quello di Dio coincidono.





Quello che ti auguro in questa festa è
· di avere sempre più la mente di Don Bosco per pensare alla salvezza delle anime
· di avere sempre più il cuore di Don Bosco per amare sempre e a tutti i costi come
Gesù
· di avere sempre più le mani di Don Bosco per fare in modo che il paradiso cominci
già ora
· di avere sempre più i piedi di Don Bosco per partire e andare lontano ad
annunciare Gesù
Per tutto questo… non aspettare domani.
A Dio bisogna darsi per tempo… oggi.
Domani potrebbe essere troppo tardi…
Buon Festa dell’imitazione di Don Bosco!

Da Don Bosco Lands 2013
 - autore: I.B.

mercoledì 23 gennaio 2013

Poesie

Pioggia sul lido del mare.

La bruma s'avvanza dal mare;
frizzante e' l'aria da terra.
L'azzurro s'incupa, s'increspa.
S'abbuia la terra e scompare.
Non  sorride il sole nel cielo 
e sale la bruma dal mare.


Son piccole gocce fuggenti,
frescura sul viso alla pelle:
e cade pian piano la pioggia.
Sbuffando il mare s'ingrossa;
accumula l'onda conchiglie
sul greto, il grigio compare.
La bruma s'innalza sul mare
.

Il vento rimuove le fronde,
sbrindella degli alberi il verde.
Son foglie cadute di fresco
nell'umida pozza, nel fango;
percuote la pioggia ogni casa.
La bruma or alta e' sul mare.



Passeggiata d'inverno a Venezia


Lama di vento al mattino;
sprazzi di luce sul mare.
E caldo il sole al meriggio;
nuvole al nero orizzonte.
Un ponte divide il canale,
bianco di pietre di marmo.
Rumori portati nell'aria
di mille risvolti canori:
son suoni di giostre festose
è lieto vociar di persone
in svariate fogge e colori.
Gira e rigira una giostra
dei bimbi spettacol di gioia.
E intanto s'allunga la via
da ruvide pietre formata;
possesso di cani e colombi 
che fiutano o cercano il cibo;
da svelti pedoni percorsa,
di lenti passeggi esperta.
Sbuffa un camino all'imbarco: 
s'affretta al mare il rimorchio. 
Occulta una nube il sole,
di pioggia segno si mostra.
Allunga il passo chi andava 
a lenta piacevole uscita.



ANDANDO AL LIDO


Sole di mattinata fantastica;
 abbacinante riflesso sul mare. 
Di verde smeraldo, di bianco e d'oro 
riluce sul pelo dell'onda il mare.

lunga s'allunga la fascia del Lido;
 di verde di piante, e rosso di case, 
e bronzea cupola forma ristante,... 
un tutto si forma di nuovo interesse, 
insieme di cose che è bello a vedersi.

Tremola, cigola e romba il vapore; 
scivola or rapido, or lento o indeciso 
pieno di gente che legge o che pensa: 
borse, fagotti, strumenti o cartelle: 
sono persone che vanno al lavoro.

Udire linguaggi di ogni regione, 
d'ogni paese lontano o vicino, 
genti di terre che amano il mare...
Occhi che guardan, mani che appoggiano. 
Un tonfo, un gemer, festoso uno spruzzo: 
-E' il Lido!